Questo letto dev’essere soffice, ma non me ne accorgo. I cuscini saranno di sicuro comodi, ma non sento nemmeno quelli. Non ho sensazioni. Non sento il caldo dell’estate, né il rigido inverno; posso sentire solo gli altri lamentarsi. Ecco come riesco a non perdere la concezione del tempo.
Penso. Penso per passare le giornate, penso per dare luce a questo buio eterno, a questa notte senza né luce né stelle.
I lampioni sono spenti, i fari delle macchine ciechi, la TV è diventata radio. Sembrerebbe d’esser inzuppati in un passato intriso di rumori moderni… E i rumori ho imparato ad amarli. Essi sono diventati i miei contatti con l’esterno, con il mondo che mi è negato da più di dieci anni, con quella vita che ho imparato a rimpiangere ma che non riesco a piangere.
L’indice sinistro è diventato la mia bocca, la mia voce, il mio sguardo e la mia espressione; è l’unico modo che ho per rispondere a tutti quei suoni confusi, a tutte quelle parole e richieste, a tutte quelle preghiere.
Era ancora molto presto, quando uscii di casa; la sveglia del fuoco doveva essere appena suonata, perché i primi raggi già facevano aprire le palpebre al giorno. Io stavo camminando per le romantiche vie della mia Venezia, mirando e rimirando i giochi di luce sulle increspature dell’acqua, rapita; troppo rapita per accorgermi di dove i miei passi mi stavano conducendo. E’ strano come una cosa di tale bellezza possa causare un proprio contrario! Girai l’angolo, ma voltai lo sguardo innanzi a me troppo tardi; abbastanza, però, per l’ultimo impulso visivo della mia vita. Mi pare d’aver sentito il clacson dell’auto, ma di certo non posso scordare l’espressione mista di sconcerto e sorpresa della persona al volante: un ragazzino, poco più che quattordicenne, era alla guida del mezzo. Mio figlio.
Da quel momento fu buio completo. Negli occhi, nella mente e nel cuore.
Persi immediatamente conoscenza, ma fui curata in tempo da riuscire a sopravvivere all’incidente. La mia fortuna è stata la vicinanza all’ospedale, altrimenti le emorragie interne mi avrebbero presto soffocata. La spina dorsale ne fu inevitabilmente fratturata, con la conseguente perdita di midollo.
I giorni successivi mi sono oscuri.
Ritrovai la ragione dopo circa un mese. La prima difficoltà fu riacquistare la memoria dei fatti, per poi cercare di collegarla a quel senso di vuoto in cui ero immersa, ed in cui sono tuttora. E’ un po’ come essere affondati nelle profondità marine più irraggiungibili, dove tutto è nero, pieno di sé e niente, nella sua infinita insensibilità. Non c’è caldo, non c’è freddo; non c’è pressione o fatica; né forza né debolezza… Ci sei, in un modo o nell’altro, ma non riesci a capire con certezza che tu stesso sia vero.
Occupai il mio tempo tra ricordi e ricostruzioni, e così – ancor rimpiango l’esser giunta alla verità – rividi il volto del mio bambino. Non saprei descrivere, ora come ora, la sensazione che in quei momenti mi stritolò sempre più il cuore: mano a mano che realizzavo, la paura cresceva, unita ad un forte desiderio che fosse stato tutto un incubo, o perlomeno un marcio frutto della mia memoria… Purtroppo non fu così. Dalle visite che ricevevo, e da tutte le parole che potevo catturare, appresi che non mi ero sbagliata affatto, e che qualcosa di anzi ben peggiore era successo: avuta la notizia che le mie condizioni non sarebbero mai migliorate, oppresso dal senso di colpa, mio figlio si suicidò. Nessuno può sapere cosa può significare per un genitore, per una donna, non riuscire a versare lacrime per il proprio bambino. Nessuno.
Assorbii il colpo perdendo conoscenza per altri giorni; finché non mi svegliai definitivamente. Ormai sono nella stessa situazione da quasi dieci anni, in bilico tra una pianticella di basilico ed un computer dalle limitate prestazioni.
Quando iniziai a muovere il mio preziosissimo indice sinistro, lessi la felicità nelle lacrime di mio marito e dei miei genitori. Tutti speravano in un mio ulteriore miglioramento; il problema era che io non volevo lottare. Non ne avevo la forza, né il desiderio. Non avevo un motivo. Come posso tornare lì fuori, da voi, con questo peso nel cuore? Che vita avrei? E perché sono qui, adesso? Se si può chiamare vita un’immensa ed apatica impossibilità, un’imperitura sospensione tra gli opposti, che qualcuno me lo dica. Se non posso avere uno scopo, un desiderio, una realtà vera e tangibile, che vita è?
Aiutatemi a liberarmi da questa prigione senza mura e finestre, da questo perenne ed asfissiante nero che mi avvolge… Aiuto: solo questo vi chiedo. Non voglio più soffrire.
… E voglio riabbracciare mio figlio.
